I
‘‘galantuomini‘‘, cioè i notabili
discendenti da nobili famiglie feudali e coloro che avevano
goduto prebende e privilegi durante il regno dei Borboni, anche
se della vecchia nobiltà conservavano il nome privo del
patrimonio sperperato per scioperataggine, o disperso nelle
varie discendenze e ramificazioni, il popolo li chiamava
‘‘cappelli”. Venivano chiamati così,
perché portavano i cappelli a differenza dei popolani che
portavano i berretti. Sì proferiva quel nome con timoroso
rispetto e insieme con odio. In una società fondata
sull’economia agricola, nella quale il possesso fondiario era il
sostegno del potere, chi più possedeva, più aveva potere.
‘‘Terra quanto vedi, vigna quanto
bevi e casa quanto stai’’: è un
proverbio calabrese che esprime tale concetto di valori.
E la terra si conquistava con
qualunque mezzo, lecito e illecito, legittimo e fraudolento; si
otteneva per graziosa donazione d’un principe in compenso di
servizi resi, o si usurpava con la frode e con la violenza alle
libere comunità.
Di fronte ai grandi proprietari terrieri
stava la massa i ignorante.
formata da braccianti, coloni e anche
da piccoli proprietari, l’artigianato. Di questi celi e loro
suddivisioni il Padula (Stato delle persone in
Calabria) ha fatto una minuta e realistica
descrizione con un gusto a volte del pittoresco e del folclore.
Tale, esposta in forma schematica e approssimativa, era la
costituzione della società calabrese fino al primo quarto del
secolo: una società immobile, dominata da una classe che viveva
su una rendita parassitaria, priva di stimoli per promuovere una
trasformazione e un qualsiasi progresso, anzi interessata e
tenacemente aggrappata alla conservazione dei suoi privilegi.
Nel latifondo il pascolo si alternava alle colture estensive,
nelle quali veniva impiegata numerosa
manodopera a basso salario.
Nella società calabrese per varie ragioni è
mancata la formazione di un ceto medio imprenditoriale,
cioè di quella borghesia
capitalistica, che altrove, rompendo le strutture e i vecchi
equilibri della società feudale, si è fatta promotrice di
trasformazione economica e sociale. Niente ci fa credere però
che la convivenza tra le classi che formavano la società
calabrese, da una parte i grandi proprietari fondiari e
dall’altra il contadiname nelle sue varie articolazioni, fosse
pacifica e idillica e che i contadini siano stati sempre
sottomessi e rassegnati: nelle varie epoche si manifestarono
nelle masse insofferenza, malcontento e
aperte ribellioni. Nei tempi più oscuri
di oppressione e di miseria la
ribellione si espresse nelle forme violente del brigantaggio
che, assumendo in circostanze particolari anche colore politico,
come un fuoco nascosto covò in Calabria fino alla fine
dell’800.
Poi,
verso la fine di tale secolo accadde un fatto nuovo, che doveva
avere tanta influenza sullo sviluppo
dell’economia e della società calabrese: si scoprì la via
dell’emigrazione verso le Americhe. E da quel momento
l’emigrazione è diventata la forma, con cui si è espressa
la protesta silenziosa delle classi
subalterne calabresi ed è stata lo sbocco dei conflitti
sociali. Ogni volta che il disagio di tali classi è divenuto
insostenibile e il conflitto con gl’interessi
della classe detentrice della proprietà fondiaria ha toccato il
suo culmine e non ha trovato una sua soluzione, non gli scioperi
ed altre forme moderne di lotta, non più la rivolta disperata
del brigantaggio, ma l’emigrazione è stata la soluzione
necessaria e dolorosa. E’ stata anche una soluzione con
carattere vendicativo di rivalsa, quale
è solamente possibile in una società ancora rozza con scarsa
coscienza civile e di classe. Tale forma di protesta ha assunto
nell’ultimo decennio proporzioni enormi e spettacolari in tutto
il Mezzogiorno e in Calabria in particolare: dal Mezzogiorno
sono emigrati tre milioni di persone e dal ‘51 la Calabria ha
perduto 800 mila lavoratori emigrati verso il
Sud America, verso le industrie
dell’Italia settentrionale e i paesi europei. Gli emigranti di
solito sono quasi tutti giovani, le migliori forze di lavoro. Le
conseguenze di questa emigrazione in
massa per l’economia calabrese si possono facilmente immaginare:
essa ha causato lo spopolamento delle campagne e la degradazione
dell’agricoltura. Altre conseguenze, che in un certo senso si
potrebbero dire compensatrici del danno causato dalla perdita
delle forze dì lavoro, sono queste:
che il diradamento della manodopera ha costretto i proprietari a
modificare i metodi di coltura, ricorso ai mezzi meccanici (il
cui uso altrimenti, ostacolato dalla diffidenza e dal
pregiudizio, sarebbe stato ritardato di diecine d’anni) e le
colture stesse, scegliendo le più redditizie. Gli operai, che
sono rimasti, hanno visto aumentare il loro potere di
contrattazione di fronte ai datori di
lavoro per ottenere migliori condizioni di lavoro e più alti
salari. Scompigliato dall’emigrazione, il tessuto d’una società
arcaica e arretrata ha ceduto senza bisogno di divieti
legislativi uno dei principali pilastri della vecchia proprietà
fondiaria, cioè la colonia nelle sue
forme improprie e la mezzadria, che in molti casi comportavano
un legame di dipendenza dei contadini dalle case padronali con
obblighi di vere e proprie prestazioni servili. Da ciò è
derivato un forzato cambiamento nella condotta dei proprietari.
Va scomparendo la figura tradizionale del proprietario, che
avendo affidato le proprie terre a coloni e mezzadri, sui quali
vigilavano guardiani e fattori, poteva tranquillamente attendere
alle proprie occupazioni professionali, alle cariche
amministrative e politiche, o solamente ai propri svaghi,
aspettando il tempo del raccolto per ricevere la sua parte delle
rendite. Alcuni si sono adattati alle nuove necessità,
trasformandosi in imprenditori e curando personalmente i propri
interessi: e chi non se l’è sentita di cambiare abitudini e
spendere tempo e capitali, o non ne
ha riconosciuto la convenienza, ha lasciato incolte le proprie
terre, o se n’è liberato con la vendita. Si può affermare che
l’evoluzione economica e sociale, lenta e faticosa, della
Calabria moderna è incominciata sempre dall’emigrazione. Quale
sarà il suo ulteriore corso? Quale il
suo approdo? Rivelatosi il turismo una
facile illusione in una regione con un’economia povera e
difficili comunicazioni, priva delle attrezzature necessarie,
l’approdo più naturale sarebbe un’agricoltura razionale e
un’industria complementare di trasformazione dei prodotti
agricoli. Sorgeranno altre industri da tempo
promesse e ancora non diventate realtà, anzi contrastate
da interessi anche interni, oltre che esterni, alla regione?
Comunque, bisogna convenire,
purtroppo, che la Calabria, ostacolata nel suo cammino, oltre
che da incuria e inadempienza di governi, da avversità naturali,
arriva sempre con grande ritardo agli appuntamenti del
progresso.
(*) - Tratto
da “L’emigrazione calabrese dall’unità ad oggi” a cura di P.
Borzomati, Centro Studi Emigrazione,
Roma, 1982, p. 306.