CITTA' | La mia città | Appunti di storia Oppidese di Antonio Roselli





  




Tratto da  CALABRIA LETTERARIA, RIVISTA MENSILE DI CULTURA E ARTE a. LV n. 4-5-6  Aprile- Maggio- Giugno 2007                                                                                                              

Candido Zerbi : fonti inedite e edite  per una biografia completa sull’illustre aspromontano.

Diversi motivi mi hanno indotto  a fare uno studio  completo di ricerca  sul senatore Candido Zerbi, illustre personalità di Oppido Mamertina che  il tempo, o il livore da parte dei suoi concittadini ha fatto dimenticare. L’età adolescenziale è il tempo ideale per immergersi con curiosità in quelli che sono mondi lontani  dal nostro, ma legati tra loro.

Nell’ anno 1827, il giorno 18 Novembre, alle ore 23.00 nasceva nella nuova Oppido Mamertina (creata in origine in via Tuba) Candido Zerbi , figlio di don Girolamo e di donna Caterina Grillo . Nell’ Atto di Nascita, che si trova  nel comune di Oppido Mamertina, risulta che il giorno venti del medesimo mese don Girolamo, di anni trentanove, proprietario terriero,  si presentò presso la sede municipale  e davanti al   sindaco ed ufficiale dello stato civile  Rocco De Zerbi ed ai testimoni D. Sisinio Zerbi di anni ventinove , proprietario regnicolo , e dell’ arciprete Giuseppe Frascà, di anni quaranta ,  sottoponendo a vista oculare un bambino a cui diede il nome di Candido, Luigi, Ottavio,Alfonso, Antonio. Il bambino venne battezzato nella chiesa di San Nicola di Mira in Oppido il 20 novembre 1827 dall’arciprete titolare Giuseppe Frascà avendo come padrino D. Aloiso Spinelli duca di Seminara con mandato di procura nella persona di D. Antonio Ruffo figlio di D. Ferdinando di Scido .

La famiglia Zerbi o Zerbo,  di provenienza corsa, si stabilì a Santa Cristina  d’Aspromonte dove sarebbe giunta da Genova nel XVII secolo. Viene inclusa tra le famiglie più nobili ed altolocate della Calabria. Nella chiesa del convento dei frati minori osservanti  della antica Oppido,venne trovata una lapide da sepoltura dove si legge  il nome di Domenico Antonio Zerbi (1734-1784) e del figlio Nicola Francesco che la   pose. A Santa Cristina la famiglia Zerbi è presente con D.Marcello coniugato con D.na Maria Ruffo dei conti di Sinopoli  e sette figli e, nel 1755 la Ruffo destinò l’eredità solo a tre  dei sette figli : Carlo, professore in legge, Paolo e Francesco. Dal catasto onciario del 1745  risulta che Alessandro Zerbi, protopapa , è il fratello di D. Marcello. Candido Zerbi (qualche antenato del nostro illustre sic!) coniugato con Felice Argirò che nel 1745 aveva 44 anni,  fece giungere a Santa Cristina un capitello in pietra con lo stemma di famiglia che racchiude il suo nome.

Tra i discendenti della famiglia interessa trattare D. Girolamo che   prese a nozze D.na Caterina Grillo, di illustre prosapia, con la quale ebbe prima di Candido due figli , uno il 17 Marzo 1821 col  nome Francesco Giuseppe ,Alfonso,Alessandro,Gesualdo e l’altra il 31 luglio 1824 dal nome Candida Maria Alfonsina Giuliana(4), probabilmente ebbe altre sorelle, come risulta nell’articolo del can. Giuseppe Pignataro: “Nel centenario della pubblicazione dell’opera  , Candido Zerbi e la Cronistoria di Oppido” .D.Girolamo Zerbi  il 20 Aprile del 1771, a Santa Cristina , andò dal notaio per assicurare  al futuro figlio Candido un patrimonio dignitoso al fine di chiericarsi.  Con libero atto di volontà dava un bene stabile alberato di fronde presso la contrada Cesarìa, simile a quello un altro  in contrada Melessaria ed un altro di ulivi e frutti presso la contrada Carigliano. Candido Zerbi avrebbe potuto usufruire di quei doni  benefici alla condizione che fosse diventato sacerdote in caso opposto, tutto sarebbe ritornato proprietà di D.Girolamo (è indiscutibile il fatto che D. Candido non fosse mai diventato prete) che, dopo il terremoto del 1783 si spostò ad Oppido. 

Candido Zerbi ebbe come maestri l’arciprete Giuseppe Frascà ,il dott. Giuseppe Maria Ioculano che

insegnava in casa propria come si evince dall’ opera di Luigi Aliquò Lenzi: “In casa propria insegnò lettere e scienze ed appartennero , fra gli altri, a questa sua scuola privata due illustri scrittori oppidesi, Candido Zerbi e Francesco Saverio Grillo,i quali lo ricordavano sempre con la più affettuosa devozione”  ,e l’abate Alessandro Novelli. Fu un alunno esterno del Seminario diocesano.  Si distinse fin da giovane nello studio dei classici latini ed italiani formandosi nella sua ben fornita biblioteca che il prof. Vincenzo Frascà la definiva “la ricchissima biblioteca del Senatore Zerbi” che  conteneva valide pubblicazioni classiche ed altre di vario genere.

Per la sua ampia preparazione sulla Divina Commedia ebbe le congratulazioni dal Torricelli.

L’amore per la classicità lo indusse ad ornare le sue ville e i suoi poderi con sculture pregiate e frasi latine , un esempio è la villa  sita in piazza Umberto I dove sopra il portone principale si trova l’incisione della data 1789 , presumibilmente l’anno di fine costruzione e all’interno scritte ormai sbiadite  che  recitano “gabinetto di udienza del comm. Candido Zerbi”; il soffitto deteriorato dal tempo, dove i colori ormai sbiaditi ostacolano la vista di una bellissima decorazione pittorica, contiene lo stemma della famiglia Zerbi. Sopra la scalinata, in una nicchia , la scultura raffigurante una musa con arpa ,accoglie i visitatori. Un altro esempio di culto della classicità è la suggestiva Villa  Santa Venere che si trovava nei pressi dell’abitato di Zurgonadio che dedicò “Alle Grazie di Valchiusa”, dove una sorgente, cinta da ogni parte da cipressi ,lauri , oleandri e allori faceva da sfondo ad un tavolo circolare dove Candido Zerbi accoglieva i suoi ospiti.

Un’altra villetta che si fece costruire fu quella nella tranquilla Piminoro, (luogo montano e frazione di Oppido Mamertina)  che era situata al centro del paese dove c’è la fontana centrale. Candido Zerbi soggiornava presso quella villetta signorile nei mesi di luglio e agosto, quando la calura estiva faceva il suo corso; si faceva portare in lettiga dai servi ,ed arrivato davanti al cancello in ferro battuto faceva ingresso alla sua villa dove si trovava una campagnola edicola votiva e,  veniva avvicinato dai pastori  del luogo che gli raccontavano dell’annata trascorsa.

La villa di Piminoro si può ben identificare al luogo che lo ispirava per elaborare i suoi scritti e traggo dal  volume “Della Città,Chiesa e Diocesi di Oppido Mamertina e dei suoi Vescovi” una breve descrizione del luogo inserita nella dedica iniziale: “Poiché la carità del patrio loco mi strinse ,volli propormi di togliere poche ore del giorno alle mie private e pubbliche cure, e nell’amico silenzio di una dimora campestre ,ove mi reco,in qualche parte dell’anno, a rinfranco dello spirito e del corpo, rivolgere un pensiero al passato...”.

La villetta a Piminoro, è la stessa nella quale nel marzo del 1875 invitò il vescovo Antonio Maria Curcio (1875-1898) a pernottare “..La mia villetta è sempre aperta ai vostri diporti e mi farete grande piacere disponendo sempre di quanto ivi trovasi...” .

Compose un inno di sostegno al re Ferdinando II di Borbone quando iniziò il suo potere reggimentale che sembrava si avviasse con  una politica di rinnovamento , ma quando le aspettative furono deluse Candido Zerbi ricevette  le critiche da parte degli amici e dei parenti.

Iniziò a scrivere per il periodico reggino “La fata Morgana”, e fra i suoi articoli figurò uno dal titolo “Pensieri sopra Oppido Vecchio”. Frequentò illustri personalità del tempo , tra i quali Felice Bisazza che nel 1846 lo incoraggiò alla pubblicazione dell’opera il “Cantico dei Cantici” , una traduzione del libro dell’Antico Testamento attribuito al re Salomone. In seguito alla pubblicazione di questa opera,  avvenuta nello stesso anno presso la tipografia Serafino Prestia di Napoli, ricevette le lodi dal letterato Nicolò Tommaseo.

Nel 1850 manda alle stampe insieme a Francesco Saverio Grillo la pubblicazione  Elogio Funebre al dottor. Giuseppe Ioculano presso la  tipografia Gaetano Nobile di Napoli , questo è un elogio funebre al loro prezioso maestro, Prima letto durante la cerimonia funebre e poi pubblicato a loro spese.

Il15 Giugno 1856 davanti al sindaco Domenico Guida , giura atto solenne di  promessa matrimoniale con donna Maria Giuseppa Grillo di Francesco e di Carolina Sergio avendo come testimoni D. Pasquale Monaco, D. Rocco Zerbi , D.Filippo Gerardis e D. Francesco Antonio Guida e sposandosi nella chiesa di S.Nicola di Mira , (rimarrà presto vedovo). Da donna Giuseppa ebbe solo tre figlie femmine e  da una relazione extraconiugale un figlio che non legittimò (veniva  qualificato come donnaiolo)    

S’inserì agilmente nel mondo politico diventando sindaco del comune di Oppido dal 1857 al 1858 e successivamente assessore.

Presidente della Congregazione di Carità per diversi anni, vinse la lotta contro gli eredi di Antonio Mazzitelli e inseme al vescovo Francesco Maria Coppola condusse a termine la costruzione dell’ospedale cittadino. Una lapide marmorea ne elogia l’impresa dei due:

Questo Ospedale

auspice il Santo Vescovo Coppola e

eretto per lasciti di Antonio Mazzitelli

più largamente dotato dal Senatore Candido Zerbi

dopo i Tremuoti del 1894 1905 1907

dalla Congregazione di Carità

con miglior senno igienico restaurato ed abbellito

oggi riapresi

Maggio 1908.

 

Nel 1861 presso la tipografia  del Messaggere Napolitano di  Napoli  manda alle stampe l’ opera “Le Profezie d’ Isaia”, un incantevole lavoro di traduzione in lingua italiana  del libro scritto dal profeta Isaia, il più lungo dell’Antico Testamento.

Nel manoscritto pergamenaceo dello stesso, donatomi, emergono i tratti oltre che letterari anche artistici, curati  nei minimi particolari. L’ arte dell’autore si ammira , nella copertina mutilata dal tempo dove emerge un particolare titolo scritto a caratteri decorativi.

Nel manoscritto, lo Zerbi, si era concesso un posto d’onore prima della traduzione dove, in un breve commento esprimeva valutazioni e pensieri riguardo al capitolo trattato, questi giudizi non furono mandati alle stampe, ma preferì premettere un breve riassunto della traduzione.  

La traduzione di questa opera  ebbe inizio nel 1854 e fu completata  il 14 febbraio 1861.

In virtù di questo componimento letterario divenne Membro dell’Accademia Pontaniana di Napoli (quando scrissi alla segreteria per avere notizie circa il socio Zerbi, mi risposero che la sede accademica fu incendiata dalle truppe tedesche in ritirata durante il secondo conflitto mondiale e quindi andò distrutta sia la biblioteca che l’archivio)  e venne inserito nell’indice generale dei lavori accademici compilato dall’allora segretario prof . Luigi Pinto. Fu socio corrispondente della Società Economica della I ª Calabria Ulteriore, fra gli Arcadi Florimontani col nome di Euganio Lilibeo e socio onorario dell’Accademia degli Affatigati di Tropea.

Nel 1864 presso la tipografia Angelo Trani di Napoli  pubblica l’ opera “Fiori e Lacrime sulla tomba di Francesco Grillo da Oppido”,una orazione funebre  dedicata a Giuseppe Grillo, nella  quale lo Zerbi lo descrive così:-“  filantropo e come uomo che rendeva suo vantaggio fruttevoli i suoi sudori”.

Nel 1870 rende edita l’opera “Giudizii della vita e delle opere del marchese Giuseppe Taccone”, il marchese Taccone a cui si riferisce è sicuramente appartenente ai marchesi di Sitizano.

Venne nominato Presidente all’Amministrazione degli Stabilimenti  della città di Oppido, il 19 luglio 1871 Cavaliere Ufficiale   , il I agosto 1875 Commendatore , il 5 ottobre 1876 Presidente della Provincia (15 voti su 20) il 14 agosto 1877 nuova elezione a Presidente provinciale (16 voti su 21) e, il 19 agosto 1878 di nuovo con (18 voti su 22) .

Nel 1876 si ebbe un nuovo evento letterario che vide protagonista  lo Zerbi : con la pubblicazione della sua opera maggiore:“Della Città,Chiesa e Diocesi di Oppido Mamertina e dei suoi Vescovi”,a cura della tipografia Barbera di Roma

Il Canonico Giuseppe Pignataro scrive in merito all’opera: “E’ naturale che l’amore alla patria terra abbia trattenuto dalla distruzione del volume alcuni, i più gelosi e i più coscienti che in esso vedevano chiusi come in un reliquiario i ricordi del loro passato civico e religioso”. Lo Zerbi per la pubblicazione del libro non si è astenuto dallo spendere denaro proprio cosicché l’opera potesse entrare nelle case dei suoi compaesani. Diverse furono gli esemplari in pergamena venduti, in mezza pelle e tela o brochure.

Nel trovare il titolo adeguato , si era attenuto al memoriale  latino  e manoscritto mai edito di Don Nicola Antonio Gangemi (questo altro scritto per non fare sopprimere la Diocesi di Oppido Mamertina). La prima parte del libro è in lingua aulica mentre la seconda è stata tradotta dal manoscritto del Gangemi. Candido Zerbi non fu il primo a trattare l’argomento della nostra città, l’aveva preceduto l’arcidiacono Giuseppe Maria Grillo, e avevano scritto nei diari di viaggio cronisti e viaggiatori. Lo Zerbi in questa opera sosteneva che la Mamerto dei Bruzzi fosse quella che lo storico Strabone nel libro VI  affermava fosse quella che si trovasse in contrada Mella, poi apparve in scena il dott. Diego Corso  di  Nicotera, che mandò alle stampe nello stesso anno l’opuscolo:” Cenno storico retrospettivo di Oppido Mamertina” Tipografia nel reale albergo dei poveri ,dove asseriva la opinione dello Zerbi 

 Il cav. Carbone l’anno dopo (1877) della pubblicazione dello Zerbi  scrisse e diffuse un libretto dal titolo:”I veri Mamertini ed il Vero Mamerto”tipografia G.Lopresti ,dove scriveva (secondo la sua opinione da storico ?!?) che i Mamertini furono chiamati i “messinesi , e che Mamertium fosse situata dove oggi è Martorano.  Pignataro dice  “Dei tre studiosi il Corso solo era preparato alla ricerca storica; il Zerbi era nato per le meditazioni malinconiche tra le rovine” .

 Il 2 Novembre 1879  pronuncia un discorso di inaugurazione nel Cimitero del paese , aperto alla cittadinanza e benedetto solennemente , dall titolo “Discorso pronunziato dal comm. Candido Zerbi in occasione della solenne benedizione del Camposanto di Oppido Mamertina” che poi pubblica col titolo   “Discorso pronunziato nel Camposanto di Oppido:Aperto e solennemente benedetto il 2 novembre 1879” tipografia Ceruso , Reggio Calabria.

In occasione della celebrazione del centenario del terremoto del 5 febbraio 1783, l’amministrazione del tempo, organizza in anticipo la manifestazione,già dal 31 ottobre 1880 , ciò si legge in una delibera consiliare dell’aprile 1881 dove si decidevano le solennità da celebrare nel detto anno; ecco la delibera: “ con solennità la commemorazione di un fatto che tanto interessa tutti i cittadini oppidesi, la cui patria per il tremoto del 1783 distrutta intieramente, venne riedificata per la ferma volontà Cittadini, che a costo di ogni sagrifizio han voluto stare uniti e non disgregarsi  a differenza delle altre città delle Calabrie, che dopo la loro distruzione in quell’ infausta circostanza i cittadini si sono scissi e sparsi in diversi luoghi , abbandonando in tal modo ed interrompendo il filo della loro storia e delle loro tradizioni”. L’atto fu firmato da una commissione che aveva come presidente onorario il sindaco del tempo Rocco Malarbì e come presidente  effettivo Candido Zerbi (17) il quale  lesse è successivamente pubblicò un discorso pronunciato nella piazza di Oppido il 5 febbraio 1883, il libro pubblicato a cura del comune presso   Accademia delle Scienze di Napoli , aveva come  titolo “Discorso del comm. Candido Zerbi, pronunziato il giorno 5 febbraio 1883, nella piazza di Oppido Mamertina, in occasione delle feste religiose e civili celebrate in quella città, per il centenario del tremuoto delle Calabrie”.

Candido Zerbi, assessore  ,in sede di  Consiglio Comunale del I° novembre 1886 denunciava  il fatto che la Scuola di Piminoro sita in casa di Caterina Campisi era in stato indecente  perchè aveva una porta sconnessa e un tetto dove grondava acqua  un misero riscaldamento fatto di braciere .Il consiglio prendendo atto di ciò che si era discusso impose alla Campisi di rendere agibile secondo le norme.

Dopo la prematura morte di d. Giuseppa ,sua moglie, avvenuta nel 1882, Candido Zerbi si risposò, all’età di 55 anni , il 31 dicembre dello stesso anno con Giulia Gerardis di anni 21 e figlia di Gregorio e di Giuseppina Faccioli.

Prima della morte gli  furono  assegnate tali onorificenze civili : il 22 febbraio 1880 Grande Ufficiale della Corona d’Italia, il 26 gennaio 1889, veniva nominato Senatore del Regno per censo di sedicesima categoria, avendo la convalida il 2 febbraio 1889 con relatore Tommaso Celesia , giuramento ufficiale il 13 febbraio 1889  e nomina a cavaliere il 30 maggio 1889.

Il 16 Ottobre 1889  andò presso il notaio Giuseppe Simone è depositò tale testamento olografo:

“Lego e lascio tutta la mia Biblioteca con tutti i suoi libri al Rvdo Seminario diocesano di questa Oppido Mamertina,di unita a tutti i miei diplomi accademici-sociali con le seguenti condizioni:

1° Che siano conservati gelosamente i miei libri in perpetuo dal detto di stabilimento.

2°Che venga ivi destinata un’apposita sala per contenere la detta biblioteca,e che abbino diritto di averci accesso tutti coloro che vogliono leggere e riscontrare i miei libri in tre giorni della settimana,che saranno destinati dall’ Ordinario diocesano.

3° Che sia bibliotecario ordinatore e direttore il mio egregio e caro amico Carmelo Puja Can.co ed Arciprete di questa Cattedrale; e se costui non voglia o non possa accettare un tale incarico ,venga questo affidato ad altro dotto ecclesiastico da essere scelto da questo Capitolo. Il Bibliotecario prenderà cura dei miei manoscritti letterari, conservando quelli che possono meritare qualche considerazione,e bruciando gli altri che saranno giudicati inattendibili.

4° Che, se per le  vicende dei tempi il suddetto Seminario  cesserà di essere un corpo morale, o per qualunque siasi  cosa sarà abolito cosa sarà abolito, la detta mia biblioteca, i miei libri,i miei diplomi e scritti passeranno al Municipio di questa Città,con tutti gli obblighi  di conservazione a norma come sopra”.

“Un Legato di lire 600 lego e lascio a Mon.r  Ves.vo di Oppido;delle quali saranno impiegate L. 400 per la Chiesa di Piminoro,e l. 200 per la Chiesa vecchia di questa città”.

Candido Zerbi muore il 3 Dicembre 1889 alle ore 1:15 nella casa posta in piazza Mamerto numero 3 . Il giorno seguente 4 dicembre 1889 si recarono nella sede municipale i signori Musicò Antonio,Tripodi Giovanni , Lotorto Francesco e Zito Fortunato  i quali dichiararono la morte del Senatore.




Articolo edito sul periodico di informazione politica e culturale “Nuovo Domani Sud” , a.XVI-n. 12, Dicembre 2007

Oppido Mamertina nella Spedizione dei Mille

Per commemorare i duecento anni dalla nascita del Fautore dell’ Unità d’ Italia, Giuseppe Garibaldi, è  essenziale ripercorrere attraverso fonti storiche, il comportamento dell’ambiente sociale della provincia di Reggio Calabria e in modo particolare del mio paese Oppido Mamertina , nei confronti di questo “rivoluzionario” e  sopratutto della sua impresa militare detta “la Spedizione dei Mille” che pose termine al dominio dei Borboni e che fu una novità accolta quasi con timore dal popolo.

Occorre trattare due aspetti fondamentali della società pre-durante la Spedizione dei Mille, il clero e il popolo.

Alla fine del 1850, guidava la diocesi di Oppido Mamertina il vescovo Michele Maria Caputo, che venne definito da molti storiografi un personaggio indigesto sicuramente per le sue idee di radicale trasformazione, forse ancora difficili da realizzare per l’epoca (queste idee lo portarono a convertirsi alla religione ortodossa). Il vescovo Caputo ebbe all’inizio nei confronti del re Ferdinando II di Borbone un rapporto di alta stima e venne soprannominato dal popolo “poliziotto borbonico”, ma in seguito la voce del popolo ritenne che quando si additava l’idea di una unificazione dello stato, le sue idee mutarono in garibaldine, e venne calunniato per aver avvelenato il re  quando era suo ospite.

Il nuovo vescovo Giuseppe Teta, dalle idee anticonformiste e borboniche , dopo l’insediamento nella diocesi di Oppido, avvenuto nel 1859, venne in urto con il suo predecessore mons. Caputo che voleva ottenere tutto il reddito della mensa vescovile.

Furono chiamati entrambe i vescovi al ministero di Grazia e Giustizia dove il ministro Mancini considerò giuste le ragioni del Teta, ma dovette in parte accontentare il vescovo Caputo dato che era diventato un sostenitore accanito di Giuseppe Garibaldi.

Nel novembre del 1861 mons. Teta ebbe un momento di paura in quanto pensò di fuggire da Oppido dopo che un gruppo di garibaldini avevano messo fuoco alla casa di un “signore della reazione” di Piminoro e si spingevano verso Oppido con intenzioni bellicose. La situazione non divenne tragedia, ma il Teta doveva certamente temere; infatti il sottoprefetto e il prefetto dopo averlo imputato per scritte inneggianti a Francesco II  così si esprimevano nei suoi riguardi: “I perfidissimi sentimenti di quest’uomo mitrato per avversione al Governo regnante ed affezione alla Signoria Borbonica sono abbastanza conosciuti e noti nel circondario...” .

Venne inviato per breve tempo a Castellammare per un periodo di cure, ma in realtà fu una scusa che venne giustificata come un breve periodo di vigilanza dato che questo vescovo esercitava atti dispotici contro i liberali.

Pochi giovani di Oppido , dal carattere irrequieto e patriottico si unirono a i Mille, tra questi figurarono Pietro Faraone e il tresilicese Domenico Carbone Grio che venne nominato comandante della quarta compagnia nel Corpo Cacciatori d’ Aspromonte.

I ricordi dei momenti vissuti nella compagnia garibaldina e nella battaglia di Calatafimi  li rievocherà nell’opera incompleta dal titolo Souvenir d’un Garibaldien ovvero Ricordo di un Garibaldino.

 

Ebbe l’incarico di trovare nel circondario di Palmi volontari per la continuazione dell’ impresa e formò quattro compagnie. Nel 1862 , quando i  suoi capi gli comandarono , col suo reggimento, di dare la caccia a Garibaldi in Aspromonte, rifiutò e diede le dimissioni dall’esercito. Successivamente continuò a servire la patria nelle guerre che vennero dopo.  Il sottoprefetto Lacava  in una annotazione del febbraio 1864  faceva figurare Domenico Carbone Grio con il grado di Capitano dei garibaldini e di Maggiore nell’armata regolare e Comandante militare di Tresilico  con domicilio a Reggio.

La maggior parte degli esponenti borghesi Oppido, sostenevano i Borboni e insieme al clero  erano contro la scelta di prendere parte alla Spedizione dei Mille ma, dopo la creazione del Regno d’ Italia, si rallegrarono nell’accogliere i nuovi patrioti Garibaldini                 

                                                                                            Antonio Roselli

 

ATTENZIONE

I presenti  studi storici sono tratti dal mensile illustrato si storia locale,costumi,personaggi e ricordi “Storicittà”.

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(art. 7  Reg. 18 Maggio 1942 n. 1369)

Domenico Antonio Malarbì(1732-1784),

un cavaliere di Malta letterato e matematico

Domenico Antonio Malarbì nacque ad Oppido Mamertina nel 1732 da Giuseppe e Vittoria Sofrà. Ebbe come fratelli il dr. Orazio , D. Rosa moglie di D. Michele Alessandria Protopapa di Monteleone e D. Saveria  sposa di D. Pasquale Zerbi.

Dopo aver frequentato il Seminario di Oppido , scelse di diventare sacerdote e si recò  a Napoli per intraprendere un corso di studi ed ebbe come insigni professori Antonio Morlandi per le lingue greco e latino e  per l’arte oratoria e poetica, Antonio Genovesi gli insegnò le scienze metafisiche,Giovan Battista Vico filosofo “formava la sua conversazione giornaliera” e il Canonico Mazzocchi  filologo e antiquario anche se anziano gli insegnò per lungo tempo la lingua ebraica e fece profondamente interessare il Malarbì nello studio della sua materia inducendolo a tradurre la Cronica di Eusebio di Cesarea e in seguito cercò  di convincerlo senza risultati a pubblicarlo.

La timidezza del suo carattere lo indusse a non voler pubblicare nessuna sua opera arrivando anche a  bruciare ciò che gli aveva rubato ore di studio e di fatica.

Lo studio che gli interessò di più fu quello della matematica che lo portò ad essere uno dei primi matematici di quei tempi , apprezzò le scoperte  naturalistiche di Newton e si applicò nell’interesse astronomico.

Divenuto abate era conosciuto a Napoli per la sua ampia e ricercata conoscenza per la matematica e per la letteratura, tanto che il sign. Forges Davanzati  quando andò a trovare il Malarbì ebbe a dire di lui “ l’abbate Domenico Antonio Malarbì , la cui bell’anima,ha saputo egregiamente unire uno studio profondo di Matematca alla più culta e pulita letteratura”.

Anche Luigi Serio nel suo discorso di lode così scrisse : Si avanza Malarbì: letizia apporta/Il lieto folgorar del suo sembiante,/Che coi distici suoi fatti all’istante /Vince Catullo,che gli fu di scorta.

Ebbe come primo incarico nel 1767 dalla Principessa Maria Antonia Spinelli  di Tarsia quello di prefetto della istituzione bibliotecaria reale, la quale fornita biblioteca in precedenza il Malarbì  aveva allestito , ed egli accettando nello stesso tempo insegnò filosofia, matematica e scienze .

Dopo un decennio di lavoro presso quella biblioteca, nel 1778 divenne oggetto di stima per  l’Inquisitore mons. Antonio Felice Zondadari e,dopo essere stato convinto, il Malarbì si recò nell’isola di Malta e venne designato Rettore del Collegio di educazione  e Prefetto degli Studi e gli fu assegnata una cospicua pensione. Tra il 1776 e il 1780 divenne secondo Rettore dell’Università insegnando filosofia e matematica.

Queste occupazioni, non lo distolsero mai nello studio della teologia, egli approfondiva molto la Storia della Chiesa e il diritto Canonico lo conosceva ampliamente.

Presiedette il Collegio dei Diaconi dal quale venivano eletti i Cappellani dell’Ordine. Stimato da tutti i cavalieri, ricevette dal Gran Maestro la Croce Gerosolimitana.

 Iniziando a soffrire di gotta, dopo due anni chiese le dimissioni e tornò con suo dispiacere  e con quello degli altri cavalieri a Napoli dove, nuovamente esercitò la professione di  Prefetto della biblioteca reale rimasta vacante dopo la morte di mons. Della Torre.

Venne nominato dal re Socio Nazionale della Reale Accademia delle Scienze e delle Lettere eretta a Napoli e, venendo a conoscenza della notizia del grande flagello che nel 1783 aveva distrutto Oppido, rimase atterrito nei suoi affetti familiari e decise di ritornare ad Oppido per verificare ciò che aveva appreso.

L’anno seguente fece ritorno a Napoli  e, l’8 Giugno 1784 all’età di 53 anni morì in seguito a dolori nefritici e il suo corpo fu seppellito nella Chiesa di S. Anna di Palazzo . Il parente Rocco Zerbi anni dopo venne a scrivere di lui  “uomo senza fasto,religioso senza superstizione, virtuoso senza pompa”.

Tra i manoscritti della biblioteca dello scrittore Vito Capialbi esiste una lettera in lingua latina scritta dal Malarbì diretta a Felice Mastrilli che riguarda il ritrovamento di un vaso italo greco. Nel secondo tomo dell’Enciclopedia ristampata a Livorno nel 1771 c’è un articolo su Caserta e delle varie composizioni poetiche.

Per quanto riguarda molte altre composizioni , furono in possesso del parente Rocco Zerbi, il quale dopo aver scritto una biografia completa sulla Enciclopedia degli Uomini Illustri del Regno di Napoli, non mandò mai alle stampe nessuna opera del nostro illustre. Ma in questa biografia elenca ciò che ha in possesso, come le note all’opera di Matteo Egizio dal titolo “Serie degli Imperatori Romani per maggior lume della Storia Ecclesiastica”.




La tradizionale Fiera dell’Annunziata nella Oppido ottocentesca

La data del 25 marzo di ogni anno, nei tempi e nella storia di Oppido Mamertina, ha sempre indicato  un giorno di celebrazione festiva e filiale che, il popolo oppidese ha dedicato con devozione alla sua divina Patrona , Maria Santissima Annunziata.

Dopo il terribile terremoto del 5 febbraio 1783 , che distrusse l’antica città di Oppido, collocata sull’altopiano delle Melle e che fu teatro di distruzione e di morte, il culto primitivo che legava la cittadina con la sua eterna patrona, sopravvisse e si ripropose nel nuovo centro.

La nuova città venne rifabbricata nei campi della Tuba e i superstiti trovarono abitazione in delle baracche  progettate dagli architetti Winspeare e La Vega e venne creato un edificio sacro in muratura dove oggi si trova la chiesa  Abbazia che facesse le veci di cattedrale. Con la costruzione della nuova cattedrale ,nella nuova città, che, come si legge nello Status Ecclesiae et Diocesis Oppidensis del 1821 del vescovo IgnazioGeco fu intitolata alla Beata Vergine Annunciata , così si riadattò il culto e la solennizzazione della nostra patrona.

Il 25 Marzo, nell’ottocento, indicava un giorno di grande festa che veniva identificato come Festa della Gratitudine per ringraziare la Patrona per un prodigioso avvenimento dovuto ad un miracolo svoltosi in un momento di pestilenza nella Oppido cinquecentesca. Solo in questo giorno l’Immagine miracolosa dipinta dal napoletano Cristadoro per volontà del vescovo Tommasini veniva esposta per essere sottoposta al culto e all’adorazione degli oppidesi, questo rito durò fino all’episcopato del vescovo Coppola (1822-1851).La solenne festa era rinomata in tutta la piana di Terranova per una grande e nota Fiera paesana che si svolgeva nei giorni 24,25 e 26 Marzo  e dove accorrevano molti abitanti dei paese vicini.

Nella raccolta delle leggi e dei decreti reali del regno di Napoli, compare un decreto datato il 4 ottobre 1834 dove si autorizza il comune di Oppido della prima Calabria Ulteriore a celebrare una fiera annuale ed un mercato nel sabato di ogni settimana, la fiera annuale è sicuramente quella della comunemente chiamatada‘Nnunziata, dove in maniera sontuosa, si poteva godere di splendide illuminazioni nella piazza e nelle vie principali del paese consistenti in palloncini alla veneziana chiamati panierini, in ogni angolo della piazza e del paese si trovavano archi coperti di mirto e di oleandro; su dei piattelli in terracotta ,tenuti da un palo fissato sul terreno, si accendevano le luminarie fatte da fiammate in legno di abete detto deda, in ogni via si udiva il suono della tarantella, musiche eseguite dalle migliori orchestre delle città vicine e anche l’orchestra del teatro di Messina per mettere in opera le musiche del nostro concittadino Giuseppe Nunziato Muratori .La particolare Batteria che veniva attuata prima che l’immagine della Patrona entrasse in chiesa  era composta da mortaretti in ferro disposti in fila lungo la piazza . La chiesa Cattedrale veniva riccamente decorata da fiori e ceri, nelle case intorno alla piazza e lungo tutto il corso, fiaccole appese spandevano tenue luce; si udivano rulli di tamburi, schiamazzi da parte di prestigiatori , di acrobati e in fine, ma non per ultimi, i ritmi ripetitivi della compagnia dei tamburini accompagnavano il lento andare dei tradizionali giganti in cartapesta. Ecco come ci descrive il cav. Francesco Saverio Grillo l’atmosfera che si viveva ad Oppido in quel giorno :

“in quel giorno tutto era lieto e festoso;ed anche queste manifestazioni di giubilo erano ordinate ad ornare la Madre , sotto la cui egidia era posta la Citta tutta”.

Durante la novena e il giorno della festa , veniva attuato un uso folcloristico che consisteva nel bruciare una grossa quantità di fascina che veniva messa ad ardere in una grande botte al centro della piazza, per ricordare la liberazione dalla pesta e indicava il momento  cui venivano fatti bruciare le vesti infette degli ammalati.

Alla nostra fiera accorrevano commercianti  e venditori di ogni genere mettendo in mostra : stoffe, argenteria, cristalli , articoli casalinghi, giocattoli e i rinomati dolci chiamati “nzuj” . 

Il prof. Vincenzo Frascà ci descrive minuziosamente ciò che avveniva tra i mercatini della fiera:

“ in quella calca,le forosette, belle e brutte indossanti abiti serici di colori sgargianti, seguite dalle mamme e dagli ammiratori,si aggirano fra gli ossequi e gli omaggi rispettosi di tante persone sconosciute”.

E, nelle annate piene,quando i soldi sono a disposizione dei più, accorrevano acquirenti da tutti i paesi circostanti a comprare l’oro occorrente per le prossime nozze e la tela necessaria al corredo e sopratutto a portare ceri e fiori alla Madonna in ringraziamento della ricca annata.  






Monete

  






Mons. Nicolantonio Gangemi : archeologo mamertino e “salvatore” della diocesi di Oppido

Nicolantonio Gangemi, era un semplice prelato di Oppido Mamertina  che, per  la sua ammirata dottrina cattolica e per la cultura, archeologica  e storica, è rimasto immortale nella venerazione delle memorie. Ciò si deve al senatore Candido Zerbi, nonché stimato storiografo di Oppido Mamertina, che, nella sua opera “Della città,chiesa e diocesi di Oppido Mamertina e dei suoi Vescovi”, ha accolto nel primo capitolo , una raccolta di  sette monete trovate dallo stesso Gangemi , e nel secondo ha tradotto dal latino, in stile uniforme, un memoriale dei Vescovi di Oppido che ha  ispirato il titolo della sua opera  (in seguito ne parlerò ampiamente).

Nicolantonio Gangemi nacque nel piccolo paese Pedàvoli oggi Delianuova (che al tempo apparteneva alla prima Calabria Ulteriore)nel 1766. Lo Zerbi  lo descriveva come  prete moralissimo,collettore,e illustratore delle memorie , e cose antiche. Visse parte della sua vita a Napoli, dove sotto il comando dei borboni esercitò la professione di membro dell’ alta commissione mista Amministrativa del Patrimonio ecclesiastico regolare. Venne spostato nel 1827 dal Pontefice Leone XII in Calabria, dove esercitò la professione di visitatore economico del patrimonio regolare delle tre Calabrie, vi rimase probabilmente fino al 1833. Arrivò ad Oppido per compiere il suo servizio professionale e pastorale, e rinvenne con erudizione archeologica, sotto i secolari ulivi  in contrada Mella, delle medaglie e monete insieme ad anfore frantumate, frammenti d’idrie, vasi lagrimali e dei sepolcri che appartennero all’ antica città.

Le prestigiose sette  monete rinvenute dal Gangemi, che è ancora da indagare se fossero mamertine,bruzie o mamertine-bruzie, erano  coniate in rame, che veniva adoperato consuetamente per le guerre,ma anche per usi religiosi e familiari. A forma circolare , arrugginite dal tempo, con tratti sfregiati avevano impressi una scritta in lingua greca ΜΑΜΕΡ ΒΡΕΤ qualche volta solo ΒΡΕΤ.

Erano impresse: nella prima moneta la figura di Marte, nell’ altra faccia la figura di Pallade che impugna uno scudo e una asta nell’altra mano; la seconda moneta rappresenta Marte nudo che tiene in una mano la spada e nell’altra un’asta,  a terra vi è uno scudo e un giago, dall’altra faccia un gallo e una stella;la terza moneta mostra la testa di Apolline e nell’altro verso Marte munito di asta doma un cavallo; nella quarta moneta Marte nudo siede sopra un sasso munito di scudo,picca e giago, dall’altro verso c’è la testa di Apollo; la quinta moneta rappresenta  la testa di Giove e dall’altra parte quella di Marte; nella sesta vi è un toro e nella seconda fronte la testa di Giove senza barba; nel settimo conio figura la testa di Giove e un’aquila con saette di fulmini.

Nicolantonio Gangemi si preoccupò della situazione di  disagio che si stava creando ad Oppido, in seguito al pericolo di soppressione della diocesi (1818) durante il periodo finale dell’episcopato di Alessandro Tommasini (1791-1818) e con la stesura di un memoriale in lingua latina diede mostra della situazione storica importante che la diocesi di Oppido versava da secoli,  venne ulteriormente riconosciuto come lodevole storico . Infatti nel suo memoriale latino, oltre ad annotare la biografia minuziosa di ogni vescovo, riprodusse accuratamente con matita anche i tratti somatici e gli stemmi vescovili. Le figure di alcuni vescovi forse non corrispondono al vero, dice lo Zerbi, ma su quelle dei cardinali e dei vescovi più eminenti si ha quasi la certezza che furono riprodotte da quadri affissi in gallerie private  o pubbliche, è da apprezzare comunque la riproduzione del vestiario attinente ai tempi.

Nicolantonio Gangemi muore a Napoli il 20 agosto 1837 all’età di settantuno anni.    

Il cav. Francescantonio Carbone da  Lubrichi, nel suo opuscolo “I Veri Mamertini ed il Vero Mamerto” , un libro di critica nei confronti dell’ opera di Candido Zerbi e di quella del dott. Diego Corso ,sostiene la tesi non attendibile che Mamertium sorgeva dove c’è oggi Martorano , e che  Mamertini furono i Messinesi. Lo stesso Carbone scrive nel suo  opuscolo di aver conosciuto personalmente il Gangemi a Napoli nel 1833, il quale gli mostrò le due monete di Mamerto rinvenute e, dice il Carbone, non specificò la provenienza , se le avesse rinvenute in questa provincia lo avrebbe detto,poiché “grande era l ‘affetto che avea per la sua diocesi; e lo avrebbe pubblicato alle stampe ,perchè avea i mezzi, e prevedea ogni dispersione”. Conclude dicendo che le monete “le aveva avute a Martorano”. Il Carbone chiese di poter confrontare il manoscritto del Gangemi, così si espresse : “Avremmo voluto far tesoro del pregevole Mss. dello archeologo

 fu Nicola Ant. Gangemi sulla "Storia di  Oppido, nonché vita, ritratti e cronologia dei Vescovi di quella Città. Scrivemmo sul proposito al nostro Compare D. Pietro M. Gangemi Can. di quella

Cattedrale, il quale ci rispose non potercelo per ora favorire poiché si trova averlo dato ad impronto al sig. Comm. Candido Zerbi"". Il manoscritto, rimase a Candido Zerbi fino alla sua morte, poi fu ereditato dalla famiglia Zito,e l’ultima erede la prof.ssa Filomena Monoriti lo donò al canonico Giuseppe Pignataro (1901-1987), ma dopo la sua morte non si conosce la fine che abbia fatto.






   




Un illustre oppidese: Giuseppe Ioculano (1864-1918) il medico letterato

 

di Antonio Roselli

 

Giuseppe Ioculano nacque a Oppido Mamertina il 2 Gennaio 1864 dal cav. Gregorio e da Giuseppina Demana che arrivarono ad Oppido dal vicino paese  Lubrichi e acquistarono un palazzo ubicato in via Giuseppe Garibaldi. Fratello maggiore del letterato ed avvocato Francesco. 

Studiò medicina presso l’Università di Napoli,  si laureò in giovane età e oltre ad esercitare la sua professione si dedicò alla letteratura e alla poesia: scrisse innumerevoli opuscoli in prosa e in versi ed articoli giornalistici occasionali con  stile forbito e chiaroche lo caratterizzava.  Tra le sue opere si ricorda : “Sulla tomba di Domenica Ioculano nata Militani, Catani, Tip. Del Corriere di Catania, 1884, elogio funebre dove il dott. Ioculano rende omaggio a sua nonna , moglie del dott. Giuseppe Maria Ioculano,(professore di lettere e scienze presso il seminario di Oppido Mamertina) descrivendola come “altera e calma come chi crede e spera”; e  “ Alla distinta sig.ra Clementina Zerbi in segno di stima e di affetto ,Palmi ,  Tip. Lopresti, 1885 .

Marito di donna Clementina Grillo ,essendo patriota venne nominato cavaliere della S.S. Annunziata. Eccellente Dantista . Uomo ricco di censo ,bontà ed ironia .Fu consigliere Comunale e presidente della congregazione di Carità .

Morì ad Oppido il 18 Ottobre 1918 all’età di 54 anni.

Nel cimitero di Oppido una epigrafe lo incensa:

Una nobilissima  figura

 di dotto letterato di  patriota

disparve

col doloroso tramonto

del dott. Giuseppe Joculano

anima grande buona umile

Che per parecchi lustri

Versò sulla cara patria

I tesori dell’ingegno e del cuore

Il suo nome resterà sacro

Nella venerazione delle memorie.






  






Candido Zerbi

  




Illustre Oppidese: Candido Zerbi uomo politico e  storico.

a cura di Antonio Roselli

Il bisogno di soddisfare la curiosità intellettuale tipica dell’età adolescenziale mi invita a studiare il passato per entrare in dialogo con mondi lontani nel tempo rispetto a questo in cui viviamo .

La ricerca storica mi permette di conoscere come altri individui , diversi da noi , hanno affrontato e discusso problemi che sono comunque nostri, perché sono quelli di ogni essere umano .

La sete di conoscere mi porta ad interessarmi del senatore Candido Zerbi ed, entrare, con reverenza, nel suo mondo. Candido Zerbi nacque nella nuova  Oppido Mamertina, creata originariamente in via Tuba  il 18 novembre 1827 da Girolamo e Caterina Grillo ( di illustre prosapia, originari di S.Cristina). Studiò nel Seminario vescovile di Oppido,ed ebbe come maestri, il Can. Giuseppe Frascà e successivamente il Dr. Giuseppe Ioculano e l’Abate Alessandro Novelli.

Fin da giovane predilesse lo studio dei classici italiani e latini e si formò nella sua ben fornita biblioteca;l’amore per la classicità lo portò ad adornare le sue ville e i suoi poderi con sculture pregiate e frasi latine. Ricevette le congratulazioni dal Torricelli per la sua ampia preparazione sulla Divina Commedia.

Compose un inno di sostegno al re Ferdinando II di Borbone subendo le critiche da parte degli amici e dei parenti. Scrisse per il periodico reggino “La fata Morgana”.

Frequentò  illustre personalità del tempo, tra i quali  Felice Bisazza che lo incoraggiò alla pubblicazione dell’ opera il “Cantico dei Cantici” e il letterato Nicolò Tomaseo dal quale ricevette lodi. S’inserì agilmente nel mondo politico divenendo Sindaco di Oppido dal 1857 e successivamente  assessore. Presidente della Congregazione di Carità per diversi anni , vinse la lotta contro gli eredi Mazzitelli e condusse a termine la costruzione dell’Ospedale cittadino. Con l’opera “Le profezie di Isaia”divenne Socio dell’Accademia Pontaniana di Napoli e successivamente socio corrispondente della Società economica nazionale della I Calabria Ulteriore, fra gli Arcadi Florimontani col nome di Euganio Lilibeo , Socio onorario dell’Accademia degli Affaticati di Tropea e Presidente all’Amministrazione degli Stabilimenti di beneficenza della città di Oppido.

L’opera principale di Candido Zerbi è “Della Città,  Chiesa e Diocesi di Oppido Mamertina”, un’opera degna di lode , illustrata dall’autore, per la quale si dedicò attivamente.

Prima della morte ebbe dei riconoscimenti ,quali  la Croce di Cavaliere, Cavaliere Ufficiale e Commendatore e Grande Ufficiale della Corona d’Italia .Nell’anno della sua morte ebbe l’onore di essere nominato Senatore del Regno per censo di sedicesima categoria.

Candido Zerbi muore il 3 Dicembre 1889, lasciando agli eredi un patrimonio da destinare alle Chiese di Piminoro e di Oppido e la grande biblioteca al Seminario Vescovile o al Municipio della città, ma l’ultima volontà testamentaria non fu rispettata.

Le sue Opere pubblicate sono :

-         Il Cantico dei Cantici, (Napoli, tipografia Serafino Prestia) 1846;

-         Elogio Funebre al dottor. Giuseppe Joculano , (Napoli , tipografia Gaetano Nobile) 1850;

-         Le profezie di Isaia , Napoli, (tipografia del Messaggere Napolitano)1861 (con questa opera diviene socio dell’accademia Pontaniana di Napoli);

-         Fiori e Lacrime sulla tomba di Francesco Grillo da Oppido, (Napoli , tipografia Angelo Trani )1864;

-         Discorso pronunziato nel Camposanto di Oppido:Aperto e solennemente benedetto il 2 novembre 1879,( Reggio Calabria,tipografia Ceruso) 1879;

-         Discorso pronunziato il 5 febbraio 1883 in Oppido  Mamertina  per il centenario del  Tremuoto delle Calabrie ,( Napoli, Accademia delle Scienze )1883.

-         Giudizii della vita e delle opere del marchese Giuseppe Taccone,(Reggio Calabria)  1870

-         Della Città,Chiesa e Diocesi di Oppido Mamertina e dei suoi Vescovi , (Roma ,tipografia

-         Barbera)  1874.

 




Un illustre oppidese: 

Francesco Saverio Grillo

eclettico uomo di cultura

(1835-1912)

Un illustre oppidese: 

Francesco Saverio Grillo

eclettico uomo di cultura

(1835-1912)

Francesco Saverio Grillo nacque a Oppido Mamertina nel giugno dell’anno 1835 da Domenico e Anna Maria Grillo,entrambi nobili appartenenti ai Baroni di Calimera e Careri . Educato rigidamente fin dalla giovane età  dallo zio Arcidiacono,  Francesco Saverio Grillo ebbe come maestri Candido Zerbi per le lettere classiche, Giuseppe Ioculano  per la lingua francese e per il latino , Rocco Zerbi  per la filosofia e  il diritto e l’illustre Abate Alessandro Novelli per le scienze.

Scrittore in prosa ed in versi, in tutti i suoi scritti si colgono segni di  amor patrio.Uomo molto  religioso raramente era assente alle funzioni ecclesiali in Cattedrale. Nutriva una immensa stima per il clero oppidese e in modo particolare per l’Arciprete Giovanni Sposato che, alla richiesta di scrivere sulle origini della devozione del popolo oppidese verso la Madonna Annunziata, aderì subito senza esitare pubblicando l’opera “Il culto di Maria SS.ma Annunziata in Oppido”.

Il professore Vincenzo Frascà nella sua grandiosa monografia su Oppido parla di un aspetto eccezionale che riguarda il carattere del Grillo : “Incapace di far male ad una mosca”,racconta un solo episodio avvenuto una sera del novembre 1903, nel Casino di Società allorchè  voleva alzare le mani ad un conferenziere che aveva offeso la religione cristiana.

All’avvicinarsi dell’estate si trasferiva nella tranquilla Vagliano per fuggire dal caldo della pianura*. Appassionato di storia locale scrisse: “Brevi notizie sul culto di N. S. delle Grazie e della sua prodigiosa immagine che si venera in Tresilico, diocesi di Oppido Mamertina”(1892) ;  

“Ricordi Cronostorici della Città e Chiesa di Oppido” (1895) una sintesi storica sull’episcopato di Mons. Giuseppe Teta. Ebbe relazioni con famosi letterati italiani di quel periodo,specialmente ecclesiastici(tra i suoi amici comparse Felice Bisazza).Aveva un’avversione verso gli esattori ,i ricevitori,gli uscieri e gli agenti delle imposte come si legge da un suo breve manoscritto. Scrisse vari articoli per il giornale “La Calabria Cattolica” e nel dizionario Aliquò –Lenzi viene riportato un articolo dal titolo”La Banda Nera ed i vampiri”. Nell’anno 1860  partecipò al consiglio Comunale e alla Congregazione di Carità. Nel 1887 divenne insegnante di   lingua francese, filosofia e scienze  nel seminario di Oppido Mamertina, ebbe nello stesso anno, il 14 Maggio, l’Onorificenza Pontificia dal papa Leone XIII di Cavaliere dell’Ordine di S. Silvestro. Socio di varie Accademie scrisse nel 1889 un elogio funebre al Senatore Candido Zerbi, dal titolo :“Commemorazione del Senatore Candido Zerbi : letta nella sala del Consiglio Comunale di Oppido Mamertina il 3 gennaio 1890 per mandato della Giunta dopo i funerali del trigesimo”(1890).

Muore a Oppido Mamertina il 25 Gennaio del 1912 compianto da tutta la popolazione che lo vide abile oratore,cultore del passato, modello di uomo religioso.

Lascia importanti manoscritti al figlio Avv. Domenico in parte custoditi nell’Archivio Vescovile di Oppido Mamertina.

*Tutte le famiglie nobili oppidesi durante l’estate usavano  spostarsi , gli Zerbi  a Piminoro; i Gerardis a Folari; i Guida a Spolisari; gli Ioculano a Bacchettone o a Cannamaria.       



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