BENVENUTI A OPPIDO MAMERTINA

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CASTELLACE IV CAMPAGNA DI SCAVI ARCHEOLOGICI

SCAVI CASTELLACE 21 LUGLIO 2009 CON  LASCOPERTA DI VASI

 

SCAVI CASTELLACE LUGLIO 2009 SCOPERTA TOMBA 4°SECOLO AVANTI CRISTO

 

Documentazione archeologica e foto
Cratere a volute attico a figure rosseCratere a volute attico a figure rosse
MUSEO OPPIDO MAMERTINA

Ricca per l'ubertosità dei suoi campi, salubre per la presenza dei suoi monti, costituiti (alle spalle della frazione di Piminoro) da lenti di marmo cristallino, da cui un tempo si estraeva il marmo utilizzato per costruzioni greche e romane (ritrovate a Castellace), ma oggi utilizzati solo come cave di calce, ricercato luogo di villeggiatura per la temperatezza del clima, venne abitato fin dall'età del ferro.
E' un centro rilevante da un punto di vista archeologico, visto che sorge sopra l'antica Mamertium (il sito è posto in contrada Mella), i cui abitanti erano piuttosto famosi ai tempi della Roma repubblicana.
Feudo medievale dei principi di Cariati, sede episcopale, divenne Comune nel 1806. Raso al suolo dal terremoto del 1783, fu ricostruito, con perizia e volontà, dai suoi abitanti, nell'attuale posizione.
Il centro abitato si presenta ordinato: dalle ampie piazze, dalle vie squadrate e dai bei palazzi con stupendi portali in granito dei secoli XVIII e XIX, tra i quali meritano di essere menzionati il palazzo Zerbi e il vecchio palazzo comunale. La Cattedrale, dalla struttura imponente, custodisce una Madonna col Bambino, un fonte battesimale, un crocifisso di avorio (tutti del XVII secolo), e numerose sculture rinascimentali.
A Tresilico è stata rinvenuta una necropoli preistorica, e nella Chiesa è esibita al culto una Madonna del Pilar, scultura marmorea del XVI secolo.
Nella frazione Castellace, a 7 Km da Oppido, nella Chiesa si può ammirare una statua in marmo della Madonna, opera di G.B. Mazzola (1542).
Di sicuro interesse il borgo medievale di Oppido Vecchia, dell'XI secolo, ubicato su un costone allungato a 4 Km dalla nuova Oppido, abbandonato dopo il terremoto del 1783. Nel borgo si possono osservare tratti della cinta muraria, le porte d'ingresso e alcuni torrioni dell'antico castello.
Con il marmo di Piminoro venne realizzata la bella fontana di Piazza Vittorio Emanuele a Iatrinoli (Taurianova).
L'economia è agricola, con fiorente produzione di olio. Ben avviata la zootecnica. I boschi, estesi e folti, consentono importanti attività commerciali collaterali e la produzione del legname.
Festa della patrona, la Madonna dell'Annunziata, la penultima domenica di agosto. Vi si svolgono alcune sagre: ad agosto quella della Nacatula, a ottobre delle Castagne e a dicembre quella della Zeppola.
Vi sono nati: Antonio Albano, poeta e scultore (secolo XX); Domenico De Zerbi, pubblicista (1814-1879); Rocco De Zerbi, deputato (1843-1893); Filippo Antonio Grillo, poliglotta e missionario (1837-1912); Francesco Saverio Grillo, scrittore (1835-1912); Giuseppe Grilllo, poeta (1827-1854); Giuseppe Maria Grillo, geologo e patriota (1809-1876); Francesco Jaculano, scrittore (1868-1907); Ludovico da Oppido Mamertina, poeta (secolo XVIII); Domenico Antonio Malarbì, scrittore e pubblicista (secolo XIX); Francesco Marino Zuco, chimico (secoli XIX-XX); Candido Zerbi, senatore del Regno (1827-1889); Evelina Zerbi, poetessa (secolo XIX); Francesco Zerbi, storico e archeologo (secolo XIX); Francesco Grimaldi, architetto.

Palazzo (1040 m.s.l.m.)
località situata in un punto strategicamente molto importante per il controllo di accesso ai piani aspromontani ed alla via istmica che permette il collegamento con il versante ionico della regione controllato in età greca dalla colonia di Locri Epizefiri. Esisteva allora come oggi anche il collegamento attraverso strade dorsali con la Piana di Gioia Tauro.
 



 

Struttura fortificata (phrourion )

la struttura di forma regolare è suddivisa in più ambienti con un unico ingresso sul lato meridionale. I muri larghi circa 2,5 ÷ 3 m. sono costituiti da una doppia cortina di grandi pietre appena sbozzate ed un riempimento (emplecton) in schegge di pietre e ciottoli di fiume legati con terra. Il muro perimetrale esterno è caratterizzato dalla presenza di contrafforti aggettanti larghi circa 1,00 m. sistemati ad intervalli regolari. La parte conservata è relativa alla zoccolatura dell’edificio, manca l’elevato realizzato con molta probabilità con intelaiatura e mattone crudo


 

03/10/2006 - 12.04 Oppido Mamertina

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Ad Oppido Mamertina, giovedì 5 ottobre alle ore 17:30 al Palazzo Grillo, l’Amministrazione Comunale, la Soprintendenza per i Beni Archeologici della Calabria e l’Università degli Studi della Basilicata con la Scuola di specializzazione Archeologica di Matera presentano i risultati della Campagna di Scavi Archeologici effettuata in località Torre Cillea di Castellace di Oppido Mamertina.

Obiettivo dell’incontro è verificare lo stato dell’arte sulla ricerca archeologica a Castellace, nell’ambito delle attività promosse dal comune di Oppido per valorizzare il proprio patrimonio archelogico, storico e monumentale.

La ricca ed interessante zona archeologica di Castellace occupa il pianoro di Torre Cillea e Torre Inferrata, dove sono stati rinvenuti nuclei sepolcrali della media età del bronzo ( XII – X secolo a.C.) e di età ellenistica ( IV – III secolo a.C.). Significativa la presenza di un’area sacra dedicata ad Eracle nel V secolo a.C. Le recenti indagini archeologiche hanno messo in luce i diversi abitati che si sono succeduti nel tempo a partire dal V fino al II secolo a.C.

Il sito risulta maggiormente importante se letto nel complesso dei ritrovamenti Archeologici ricadenti sull’intero territorio comunale di Oppido Mamertina, dove già sono in stato avanzato la progettazione e l’esecuzione dei lavori per la realizzazione di un ampio parco archeologico che ricomprende le aree di Mella, della medievale Oppido Vecchia, ed allargato sino alla contrada Palazzo sita nel cuore del Parco Nazionale d’Aspromonte.

Alla presentazione dei lavori interverranno il sindaco Giuseppe Rugolo, il soprintendente ai Beni archeologici per la regione Calabria Pietro Guzzo, per la soprintendenza di Reggio Calabria Rossella Agostino, Maria Maddalena Sica per la Scuola di specializzaione in archeologica di Matera ed Antonio Larosa assessore allo spettacolo, Cultura e Beni Culturali della Provincia di Reggio Calabria.

 

SCAVI 20 GIUGNO 2008

     

SCAVI MELLA 5 MAGGIO 2008

   

FOTO OPPIDO VECCHIO

SCAVI IN CONTRADA MELLA

Alcuni articoli sulla città antica ritrovata in località Mella tratti da "R. Liberti-Momenti e figure nella storia della vecchia e nuova Oppido-VI-Quaderni Mamertini n. 45"

La situazione archeologica

Altopiano delle Melle: un “mistero” da scoprire

In Italia da più tempo ormai un invidiabile patrimonio archeologico se ne sta andando lentamente, ma inesorabilmente, alla malora. Ciò avviene per l’opera sempre più pervicace di ladruncoli d’ogni stampo, la scarsa assistenza offerta da uno stato sempre più debole e l’assenteismo sempre più manifesto delle autorità preposte. È ormai un fatto di tutti i giorni quello di assistere impotenti al depauperamento di tesori, che generazioni su generazioni hanno tramandato sino a noi ed al riprovevole disinteresse che investe le amministrazioni e purtroppo anche taluni studiosi.

Gli esempi da addurre sarebbero tanti, ma in questo servizio intendiamo limitarci ad un caso occorsoci direttamente. A meno di mezzora di automobile per balze e dirupi da Oppido Mamertina, sul cosiddetto altopiano delle Melle, un breve pianoro situato a cavaliere dei fiumiciattoli Tricuccio e Cumi, si ammirano ancora oggi gl’imponenti avanzi di quella che fu una delle più importanti cittadine delle terre alte della Piana di Terranova oggi di Gioia, di quella Oppido, sede vescovile di origine bizantina e patria di tanti valentuomini, che perì tragicamente col terremoto del 5 febbraio 1783. Frammezzo ad oliveti, alberi da frutto e vigne, che hanno invaso l’antico tracciato medioevale, si notano, infatti, vestigia delle poderose mura di cinta, delle due porte, del Duomo, dei vari conventi e soprattutto del castello, un discreto maniero abitato per lungo tempo da famiglie illustri e che subì nel corso dei secoli vari rifacimenti. Di particolare, nella vecchia rocca si distinguono nettamente le robuste e quadrate torri aragonesi. Il castello è il rudere più vistoso che l’antica Oppido offre ai rari visitatori, ma, abbandonato come si ritrova, minaccia rovina da ogni parte. Nel 1973, nel frangente di un’ennesima alluvione, il lato di un torrione si sbriciò e la bardatura aragonese precipitò a terra mettendo a nudo il rotondo stile angioino. Appena a conoscenza dell’accaduto, l’ispettore onorario ai monumenti della zona, Mons. Pignataro, levò un grido d’allarme informando tempestivamente l’Amministrazione Comunale e la Soprintendenza ai Monumenti ed alle Gallerie della Calabria con sede in Cosenza, ma il tutto si esaurì nell’agosto dello stesso con un semplice scambio di lettere tra il sindaco, avv. Coco, l’ispettore onorario menzionato e il Soprintendente arch. Greci.

Il fatto che qui si lamenta, purtroppo, non costituisce novità! Antichi scrittori, secolari tradizioni e rinvenimenti casuali fanno presumere da gran tempo che Oppido possa essere considerata l’erede di una mitica Mamerto, una città scomparsa in epoca remota. Sulla scia del sempre valido Strabone, il quale colloca la sede dei forti guerrieri Mamertini nel territorio soprastante le città di Reggio e di Locri e che comprende nel seno stesso della Selva Bruttiana (la Sila  nell’antichità abbracciava anche le Serre e l’Aspromonte) concordano, tra i tanti, Cluverio, Leandro Alberti, il Mazzocchi, il Romanelli, il Grimaldi, il Morisani. Contrari a quanto affermato da questi validissimi storici e geografi si sono pronunziati altri scrittori, leggi Barrio, Fiore, Ughelli, Pacichelli, ma le loro argomentazioni spesso non si reggono in piedi, risultando legate solo a dei bisticci toponomastici. Assai di frequente tali pur illustri studiosi cadono in contraddizioni così evidenti che non si riesce a capire come ancora oggi possano essere tenuti in altissima considerazione. Si prenda, tanto per fare un esempio, il caso di François Lenormant, autore di “La Grande Grêce”. Ecco che cosa ha scritto in un primo momento quel noto viaggiatore e scrittore francese a proposito di Mamerto:

Alla stessa origine risale la città di Mamertium, che portava un nome sabellico. Strabone la ubica nell’interno delle terre del Bruttium, fra Locri e la grande foresta della Sila; e gli eruditi calabresi del Rinascimento la identificarono con Martorano, il Marturianum del medioevo, su una semplice analogìa di nome, che è ben lungi dall’essere decisiva. Più probabile è il parere di coloro che identificano Mamertium con Oppido; ma questo un problema su cui dovremo tornare più tardi [1].

Lo stesso Lenormant, in altra parte del suo lavoro [2], rimangiandosi quanto aveva già affermato, così reiterava sull’argomento:

Alcuni dei mattoni di Monteleone (periodo romano) provengono del resto da una certa distanza dalla città. Ne noto presso il signor Cordopatri parecchi che portano il bollo della città di Oppidum, già conosciuta per altri esemplari della collezione Capialbi. Oppidum è evidente Oppido ancora oggi città vescovile, sita alle estremità della Piana, sopra uno dei contrafforti dell’Aspromonte. Il suo nome moderno è dunque esattamente il suo nome antico. Da ciò risulta che essa non può essere, come si è creduto, il misterioso Mamertium della Geografia di Strabone, e che la municipalità non aveva il diritto di decorare ultimamente la città col nome di Oppido Mamertina.

A questo punto, in chi e in che cosa bisognerebbe credere? Non c’è alcun dubbio! L’unico sbocco ad una situazione, che appare senza vie di uscita, restano, come sempre, i documenti ed il piccone, ma spesso degli uni si lamenta la perdita, mentre l’altro rimane inoperoso.

Riguardo l’indagine documentaria, esiste un atto greco dell’anno 1051 [3], che evidenzia con molta chiarezza come, accanto alla Oppido bizantina, risultassero ancora a quel tempo gli avanzi di un altro abitato scomparso in precedenza. Nell’atto si trova scritto che tale Leone Mardanités affermava di aver avuto in donazione dal padre un vallone situato dirimpetto al paese ed incavato lungo il corso del fiume – molto probabilmente il Tricuccio. Aveva esso inizio dal crinale, nel quale si scoprivano i Phatoi (toponimo sconosciuto) e risaliva fino alla porta di un antico kastron, seguendo poi il crinale che ridiscendeva verso ovest, vale a dire verso le Melle. Il documento, non ci sono dubbi, attesta l’esistenza di un abitato anteriore alla costruzione bizantina. Nel caso, ci troveremmo di fronte alla Oppido romana oppure potrebbe trattarsi addirittura della fantomatica Mamerto di Strabone?

Finora non si conosce nulla di preciso, però un fatto appare ormai certo. Attorno all’antica Oppido le testimonianze d’insediamenti anteriori al periodo romano si vanno facendo sempre più numerose e solo la voluta miopìa dei santoni dell’archeologìa non permette di accertare le cose a chi di dovere. Sempre nel 1973 alcuni giovani, che nel corso dell’anno avrebbero poi costituito in Oppido una sezione del Centro Studi meridionali di   Archeologìa Cristiana e Geografia Storica, fecero presente al Soprintendente alle Antichità della Calabria, dott. Foti, che nelle immediate pertinenze dell’antica Oppido, vale a dire nel sito in cui lo storico Candido Zerbi nel 1876 aveva creduto di localizzare Mamerto, si rinvenivano spesso reperti di vario genere (vetuste mura, cocci di lavori di fattura greca, mattonacci, pesi da telaio, statuette fittili, monete mamertine ecc.), che facevano presumere di qualche antichissimo insediamento urbano. Il dott. Foti in un primo momento tenne a mostrarsi interessato alla cosa e promise una visita sul posto, ma poi, pressato evidentemente da qualcuno, non esitò a rimandare tutto alle classiche calende greche. Si rifece vivo inaspettatamente il 15 ottobre dello stesso anno quando apprese che in Oppido si era costituita la Sezione di cui sopra. Aveva appreso l’evento da un polemico ciclostilato inviatogli direttamente, ma  fece le viste di averlo saputo per vie traverse. Ecco quanto in quell’occasione il Soprintendente reggino tenne a comunicare:

Ho preso atto con interesse della costituzione a Oppido di una sezione di Studi Meridionali, del suo programma e delle prime attività esposte nel numero unico “Mamertum” (sic! Mamertinwn) trasmessomi dal Dott. Sabbione. L’attività di studio e di segnalazione che vi proponete è senz’altro degna di incoraggiamento, mentre è noto che qualunque scavo archeologico può essere effettuato solamente dalla Soprintendenza alle Antichità. Fra le prime e più utili attività dell’Associazione potrebbe essere una visita al Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria, che fornirebbe pure l’occasione di una reciproca conoscenza e di una migliore puntualizzazione della possibile sfera di attività dell’Associazione. In attesa di concordare la data dell’incontro, porgo cortesi saluti.

Appena ricevuta la missiva, così teneva a rispondere il 19 successivo la Sezione di Studi Meridionali di Oppido a mezzo del suo presidente:

Godo nell’apprendere che la costituzione di una sezione di Studi Meridionali a Oppido ha incontrato il Suo pieno favore, ma è bene precisare che Le ho fatto spedire direttamente una doverosa lettera di comunicazione ed una copia del numero unico Mamertinwn sin dall’inizio. Accetto senz’altro con piacere, e con me tutti gli amici della sezione, di compiere una visita al Museo Nazionale, che servirà, certo, ad una prima conoscenza e ad un primo scambio di vedute e, a tal proposito, La prego di voler fissare Lei la data relativa. Tenga presente, però, che dal 28 al 31 del corrente mese sarò impegnato, come certamente lo sarà anche Lei, col Congresso storico di Cosenza.

Siamo perfettamente consci che gli scavi archeologici fanno capo solamente alla Soprintendenza e noi non abbiamo alcuna intenzione di prevaricare nessuno perché il nostro scopo è unicamente quello di stimolare e di aiutare, almeno per quanto rientra nelle nostre possibilità. Stia pur certo che, se si fiderà di noi e non darà ascolto a persone dalla “denunzia facile”, che sconoscono completamente l’esatta ubicazione di antiche necropoli et similia nel territorio di Oppido, avrà in tutti i componenti della sezione veramente degli amici. Io stesso,, quale amministratore comunale, metto sin d’ora a Sua disposizione il Comune e La informo che ho già fatto mettere in bilancio per il prossimo anno apposite somme per scavi archeologici e museo comunale. Comunque, di tutto parleremo meglio e più a lungo in occasione del nostro prossimo incontro.

In seguito allo scambio di lettere ed all’incontro avvenuto a Cosenza, il dott. Claudio Sabbione, funzionario della Soprintendenza delegato dal dott. Foti, promise a sua volta solennemente d’interessarsi al problema archeologico, di cui venne messo al corrente e di fare, quindi una puntatina ad Oppido. Sono già trascorsi quattro anni e le promesse del dott. Sabbione si sono venute reiterando nel tempo senza che il problema venisse però minimamente affrontato. È stato tutto inutile o ancora è legittimo sperare? Di certo si sa che i contadini continuano a distruggere quanto viene ad intralciare i lavori agricoli e che gli immancabili “tombaroli” fanno razzìa di quanto riescono a scoprire. La colpa di questo stato di cose non è certo tutta del dott. Sabbione o del dott. Foti, sempre alle prese con una caterva di problemi, siano essi Sibari, Crotone o Metauria, ma di chi, per motivi incomprensibili ai più, tende a convincere i funzionari della Soprintendenza che sull’altopiano delle Melle nulla d’interessante esiste e che Mamerto vada cercata addirittura nel Catanzarese. Da queste colonne rivolgiamo, perciò, ancora una volta alle Autorità interessate un nuovo appello a voler intervenire sul problema costituito da Mamerto o da altra città sconosciuta, i cui resti sono facilmente localizzabili nelle pertinenze dell’antica Oppido. Verrà ascoltato? Anche se l’esperienza c’insegna il contrario, noi ci auguriamo vivamente di sì.

La misteriosa città di contrada Mella

Di un antichissima città sepolta nei pressi del diruto Oppido hanno sempre riferito gli storici e la tradizione, ma, prima che il piccone dell’archeologo la individuasse e ne scandagliasse un primo nucleo, lo scetticismo era d’obbligo e si era in molti a non credere alle affermazioni di Candido Zerbi. Costui aveva dichiarato in una sua monografia sin dal 1876 che in contrada La Chiusa i contadini traevano spesso dal terreno manufatti di età arcaica assegnabili alla mitica Mamerto. All’identificazione si è giunti, dopo vani tentativi esperiti presso il competente ufficio da parte di singoli appassionati, nel 1984 ed il tutto è imputabile a cause non strettamente dipendenti da interesse archeologico, come d’altronde si verifica spesso in Italia. Si doveva costruire, per effetto della legge regionale che istituiva gli Itinerari Turistici della Magna Grecia, una strada che da Oppido Mamertina portasse più agevolmente ai ruderi dell’antica città perìta col terremoto del 1783. Poiché il percorso ricadeva su terreno già segnalato, fu d’uopo effettuare prima una campagna di prospezioni elettriche e magnetiche e di carotaggi. La Fondazione Lerici, cui l’incarico venne affidato, individuò allora in contrada Mella un’area archeologica per un’estensione di ben 10 ettari. Contemporaneamente fu eseguito un saggio di scavo ad opera dell’ispettrice Liliana Costamagna, che mise in luce abitazioni, monete, vasi, vasche, tutto fatto risalire al III-II secolo avanti Cristo.

Quella prima felice scoperta indusse i responsabili a chiedere i finanziamenti necessari ad un nuovo scavo, che nel 1986 venne materializzato a cura della stessa ispettrice e di un giovane studente torinese, Massimo Brizzi. Anche la seconda operazione fu coronata da successo ed il pezzo forte fu rappresentato da un’ampia strada selciata, sul bordo della quale venne rintracciata una conduttura d’acqua, sui cui elementi apparivano distintamente due bolli con impressa la scritta Tayrianoym. Nell’87 e nell’88 la missione USA, guidata dal prof. Paolo Visonà, dell’Università di Notre Dame nello Stato dell’Indiana, ha infine impresso una poderosa svolta rivelando che ci troviamo ormai di fronte ad uno dei più sensazionali rinvenimenti del nostro secolo.

La città, della quale vanno delineandosi precisi contorni e datazioni, non più affidate ai “si dice”, è oggi un’avvincente realtà. Esistente almeno sin dal III secolo e perìta violentemente intorno al 90 a. C. forse nel frangente delle guerre sociali, sta offrendo un materiale davvero eccellente e le analisi, cui parte di esso è stato sottoposto presso istituti specializzati di Pisa e di Como, ci forniranno presto ulteriori preziose informazioni. Nell’ultima campagna, conclusasi a fine giugno ’88, sono venuti alla luce, oltre alle consuete monete mamertine e romane, una daga in ferro simile a quelle in dotazione ai guerrieri mamertini, come si desume dalle stesse monete, una graziosa fibula in argento, ceramica con scritta in rilievo, i resti di una casa signorile, divisa da un ambitus (vicolo) da altre più modeste, quindi ancora una strada selciata.

Su quanto è emerso e sulle deduzioni che da esso si potrebbero ricavare ci sarebbe parecchio da dire, ma lo spazio riservatoci in questo giornale non ce lo consente. Prima di chiudere, comunque, fa d’obbligo mettere in chiaro alcuni particolari svisati oltremisura e propalati come oro fino da gente ignorante della materia.

La legenda Tagrianogm, che si trova sulla nota conduttura e sui mattoni, compresi quelli conservati al museo di Palmi, al quale sono stati donati al suo tempo dal Pignataro, non porta a Tauriana, altra antica città del litorale tirrenico, la cui esistenza per ora è acclarata soltanto per il periodo imperiale romano, ma ai Tauriani, essendo detta il genitivo etnico di un popolo, che probabilmente occupava tutta l’odierna Piana di Gioia Tauro.

La strada selciata, che corre a lato, è arteria che verosimilmente interessa l’interno della città (ce lo conferma più chiaramente l’altra parte in zona sottostante scoperta nel giugno ’88), anche se è logico pensare che ci sia stato certamente in funzione un percorso istmico che, collegando lo Jonio al Tirreno, toccava i centri di Santa Cristina o solo Cristina o Crestina (quella distrutta nei pressi del fiume Lago), la città di contrada Mella, Buzzano oggi Castellace, Tauriana o Metauria, ricalcando in buona sostanza l’odierna SS. 112.

Nell’89 non c’è stato alcuno scavo a Mella, ma nel giugno il prof. Visonà, ch’è ritornato sul luogo per verificare dei rilievi, ha assicurato in un’intervista che, appena ultimato un volume recante i risultati delle prime campagne, la cui pubblicazione è prevista per la prossima primavera, la ricerca archeologica riprenderà col consueto impegno. Ce lo auguriamo vivamente, come ci auguriamo che gli amministratori comunali succeduti al defunto avv. Giuseppe Mittica, ch’è stato in tutti i momenti una solida garanzìa per l’iniziativa, si rendano conto dell’importanza della scoperta ed assicurino il loro pieno appoggio in futuro all’archeologo vicentino ed a quanti si prodigheranno con amore perché finalmente possa diradarsi il mistero che avvolge le origini di Oppido.

Risorgeranno dalle ceneri Mamerto, Buzano e la vecchia Oppido ?

Nei mesi di settembre ed ottobre tre équipes dell’Università della Calabria hanno fatto rivivere ancora una volta nel territorio di Oppido Mamertina la passione per l’archeologìa, quella passione, che, nata a partire dal 1984, anno in cui la Fondazione Lerici effettuò un ciclo di prospezioni, s’ingigantì quando si diede il via in contrada Mella al primo saggio di scavo. Fu un evento memorabile. D’allora, sotto la direzione dell’ispettrice della Sovrintendenza di Reggio, dott. Liliana Costamagna, coadiuvata due anni dopo da Massimo Brizzi, cominciarono a venir fuori le vestigia di una grande città, che potrebbe – e lo speriamo vivamente – risultare la mitica Mamerto di straboniana memoria. Si evidenziarono subito, tra l’altro, resti di antiche abitazioni, di un’ampia arteria stradale e di una conduttura idrica contrassegnata in ogni elemento da ben due bolli recanti l’indicazione del genitivo etnico dei Tauriani, oltre a numerose monete che riportavano quello dei Mamertini e fu un susseguirsi di visite sul campo da parte di cittadini e curiosi venuti da ogni parte della regione ed oltre. Quella che, con tutta probabilità, fu la culla degli oppidesi cominciava a porsi finalmente all’attenzione.

Essendosi ad un bel momento esaurite le finanze assegnate per i primi due saggi, nessuna prospettiva seria si affacciava all’orizzonte quando, inaspettato, mise piede tra noi uno studioso italo-americano, il prof. Paolo Visonà, ch’era all’affannosa ricerca di vestigia del periodo annibalico, un’età cui aveva già dedicato proficui lavori. Avendo a tale scopo preso contatto con la Sovrintendente Elena Lattanzi e con la dott. Costamagna, queste toccarono certamente il cielo con le mani e pensarono bene di proporgli il sito di Mella, un sito ancora vergine, che aveva timidamente iniziato a rivelare i suoi tesori nascosti. Detto fatto. Nel 1987, accompagnato da uno stuolo di studenti statunitensi, l’archeologo di origine vicentina, che si era fatto le ossa in tante altre occasioni, in Europa e soprattutto in Africa, si portò in Oppido e anno dopo anno i frutti del suo alacre e puntiglioso impegno poterono essere osservati ed ammirati da tutti. Quanto venuto alla luce nei primi anni è, peraltro, materia di un ponderoso volume, che col titolo Oppido Mamertina I, uscirà presumibilmente entro la fine del 1996 per i tipi di Gangemi editore in Reggio Calabria e Roma. Tale opera, che sarà particolare oggetto di studio per gli addetti ai lavori, attrarrà sicuramente anche le popolazioni calabresi, non ultima quella di Oppido.

Conseguenza degli ottimi esiti delle tante campagne di scavo, dietro il fervore dello scomparso sindaco avv. Giuseppe Mittica, che sin dall’inizio fu entusiastico protagonista di ogni intrapresa, la Regione Calabria, avvalendosi della legge 64/86, concesse al Comune la somma di un miliardo e mezzo da spendersi in tre fasi finalizzate alla ricerca ed al recupero del patrimonio archeologico di Mella, Oppido Vecchio e Castellace, i punti nevralgici nella mappa dell’interesse. Dopo la repentina dipartita del sindaco Mittica insistettero nell’azione gli amministratori che lo seguirono, il rag. Paolo Fulco ed il dr. Bruno Barillaro, che, buon ultimo, ha avuto l’opportunità di assistere al completamento della terza fase.

La prima fase è consistita nella redazione di cartografie delle aree segnalate con rilievo architettonico delle strutture monumentali del castello e del borgo medioevale. Con la seconda si è passati ad una serie di prospezioni archeologiche integrate (meccaniche e geofisiche) a Mella ed a Castellace, mentre la terza ha riguardato dei saggi di scavo in tutti e tre i siti, saggi che sono stati impiegati alla verifica delle anomalìe avvertite dalle prospezioni eseguìte a suo tempo dalla Lerici. Detti, su precisa indicazione della Sovrintendenza, sono stati affidati all’Università della Calabria.

L’11 maggio di quest’anno, dopo reiterati rinvii dovuti all’onnipotente burocrazia, si addivenne alla firma di una convenzione tra il Comune e l’Ateneo di Arcavacata. A siglarla in municipio furono allora il sindaco Barillaro e il pro-rettore Pier Augusto Bertacchini. In sul momento si pensò ad un (finalmente!) sollecito avvìo dei lavori – sempre procrastinato prima e dopo la firma di quel documento – ma detti poterono iniziare solo a settembre inoltrato e, nonostante le intemperanze delle condizioni atmosferiche, i risultati si rivelarono sorprendenti e superiori al previsto.

Nel breve arco di tempo a disposizione il prof. Giuseppe Roma, direttore del Dipartimento di Arti, reduce dalla proficua campagna di Morano, avvalendosi della competente e qualificata collaborazione offerta, tra gli altri, dai dott. Adele Coscarella e Antonio Lamarca, è riuscito a presentare il vero volto dell’antica cattedrale del borgo medioevale. Difatti, se conosciuto era il sito in cui il tempio aveva agito nei secoli, non erano note le sue dimensioni, la tipologia e soprattutto il prospetto, dato in modo errato dal Pacichelli sul fronte-ovest, in netta opposizione, peraltro, a quello evidenziato dal Cassiano De Silva. L’attenta e scrupolosa azione di docenti, collaboratori e studenti ha permesso d’individuare per la prima volta, anche se spogli per effetto della razzìa operata nell’immediatezza del dopo terremoto, scalinate, portico, rampe di accesso, loculi di seppellimento e tantissimo altro materiale, che, valutato per come merita, sarà quanto prima oggetto di pubblicazione da parte dell’équipe che se n’è occupata [4].

Al prof. Maurizio Paoletti è toccata l’indagine a Mella ed anche qui il secondo docente universitario, specializzato in studi e scavi sul territorio di quella che fu la Magna Grecia e parimenti usufruendo di validi professionisti e studenti, ha avuto le sue soddisfazioni, che ha trasmesso entusiasticamente un po’ a tutti. Operando sul versante est, quindi all’opposto dei saggi Visonà e, cioè, nella proprietà Frisina, ha portato alla vista ulteriori resti dell’impianto stradale e di abitazioni, il tutto sicuramente collegabile a quanto messo in luce dallo studioso vicentino. Se ancora ce ne fosse bisogno, i nuovi reperti hanno evidenziato a iosa che si è ormai di fronte ad un insediamento di grande respiro.

Il prof. Massimo Frasca è stato il responsabile della ricerca in zona di Castellace, presumibilmente nel posto che dovette accogliere l’antica Buzano e da dove proviene, tra l’altro, la lamina bronzea consacrata ad Eracle reggino, che si trova custodita al Museo Nazionale della Magna Grecia. Anche a Torre Cillèa, nonostante il persistere del cattivo tempo, si sono avuti degli esiti piuttosto incoraggianti, per cui la costanza degli addetti è risultata parimenti premiata.

Che fare dopo sì lusinghieri esiti? Senza alcun dubbio, occorrerà andare avanti. Le prospettive ci sono e si offrono piuttosto allettanti, per cui a nessuno potrà sfuggire l’importanza dell’impresa. Intanto, Sovrintendenza, Comune e Università, in unione d’intenti, si sono detti concordemente interessati al proseguimento degli scavi attraverso un piano sistematico. A tal proposito non verrà meno ancora una volta l’impegno del tecnico comunale, geom. Francesco Scattarreggia, il quale, sempre in prima linea, ha cooperato con le carte e l’assistenza personale diretta.

* Pubblicato in “Pianadomani”, a. I-1977, n. 3, pp. 6-7.

[1] F. LENORMANT, La Magna Grecia, Chiaravalle Centrale 1976, II, p. 27.

[2] Ivi, III, pp. 143-144.

[3] A. GUILLOU, La Théotokos de Hagìa-Agathé (Oppido), Città del Vaticano 1972.

 * Pubblicato nel numero unico “Incontro”, Giornale del Circolo “Incontro” di Oppido Mam., gennaio 1990, pp. 1, 4.

* Pubblicato in “La Città del Sole”, a. III-1996, n. 11, p. 21.

[4] Il lavoro è stato pubblicato due anni dopo. Queste le note bibliografiche: G. ROMA ed altri, Oppido Mamertina (RC): la cattedrale di Oppido Vecchio (campagna di scavo 1996), “Archeologìa postmedievale società ambiente produzioni”, a. 1998 , n. 2, pp. 75-106.

 

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